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il blog di Elvio Ciccardini

L’asse del caos: rivisitazioni di uno scenario

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Gentile Direttore, riprendendo un’espressione dell’ex presidente americano George Bush, sono ormai diversi gli studiosi che definiscono gli attuali scenari geopolitici con il nome de “l’asse del caos”. Questo asse si compone di nazioni caratterizzate da almeno tre elementi di instabilità: politica, economica e sociale. Il ragionamento parte da una attenta analisi, effettuata da Niall Ferguson, sulle cause principali che determinarono i due conflitti mondiali della prima metà del ‘900.

Alla radice delle due grandi guerre vengono individuati almeno tre processi: la disintegrazione etnica, l’instabilità economica e il processo di declino degli imperi. Questo ultimo fattore, in particolare,  avrebbe portato ad un inasprimento delle lotte per il potere politico e contribuito in maniera determinante all’instabilità sia politica sia militare.

Ritornando al presente, secondo Ferguson, esiste almeno una regione in cui due di questi fattori sono già presenti da anni. E’ il Medio Oriente. In questa area, gli scontri etnici si susseguono da decenni e, anche a seguito degli insuccessi riportati in Iraq e in Afghanistan, gli Stati Uniti sembrano sul punto di ridimensionare la loro presenza nella regione.

La terza variabile, cioè l’instabilità economica, è, al contrario, un fattore recente. India e Cina, in particolare, hanno svolto un ruolo fondamentale nella crescita del PIL mondiale. Tuttavia anche per questi paesi sono previsti: una sostanziale impennata della disoccupazione e un calo dei redditi.

Partendo dalle stesse premesse, Jeffrey Gettleman ha descritto l’incessante anarchia che turba la Somalia. Mentre Arkady Ostrovsky ha analizzato la nuova aggressività russa. Sam Quinones ha esplorato i disordini innescati in Messico dalle guerre tra narcotrafficanti.

Nel frattempo, l’Iran continua a spalleggiare sia Hamas sia la sua controparte sciita in Libano, Hezbollah, e va avanti con il programma di armamenti nucleari che gli israeliani vedono come minaccia alla loro stessa esistenza. A questo si aggiungono i recenti scontri interni post elettorali.

I governi di Kabul e Islamabad vengono definiti come i più deboli del pianeta. Tanto che, da più parti, si paventa il rischio di una disintegrazione delle istituzioni sotto ondate crescenti di violenza. Sul confine orientale dell’Iran, il problema principale è quello di riportare la pace in Afghanistan. Tuttavia, a rendere più difficile questa impresa, è l’anarchia che regna nel vicino Pakistan. E, ancora una volta, la crisi economica svolge un ruolo cruciale.  Infatti, la classe media pakistana, potente politicamente, è stata travolta dal crollo del mercato azionario. Anche per i lavoratori pakistani si affaccia lo spettro disoccupazione.

Ad avvalorare questo scenario sono le cronache riportate dai giornali, anche nazionali, negli ultimi mesi. Il 18 maggio di questo anno, il Corriere titolava “Le atomiche non finiscano ai talebani”. Il riferimento è all’arsenale atomico Pakistano. Gli Stati Uniti hanno organizzato un Commandos appositamente addestrato per intervenire nel caso che l’arsenale nucleare possa sfuggire al controllo militare del Pakistan. Il corpo speciale sarebbe pronto a impossessarsi delle armi nucleari, a disattivarle e a nasconderle in località sicure. Ufficialmente, la notizia è stata divulgata dalla tv Fox, fornendo dettagli sulla missione e sulle esercitazioni tenutesi nel Nevada.

Se da un lato l’esercito statunitense sembra essere intento ad evitare nuovi scenari indesiderati, dall’altro lato, sempre gli Stati Uniti stanno attuando una politica di apertura commerciale con l’India, rivolta a rafforzare il peso militare del paese nell‘area. L’india, definita una delle più importanti democrazie mondiali, verrebbe così a svolgere un ruolo di garante per la pace in Asia e Medio Oriente.

Nel luglio del 2009 India e Stati Uniti hanno sottoscritto due accordi sulla vendita di armi e sull’individuazione di due siti dove costruire centrali nucleari. La notizia è stata ufficializzata dal segretario americano Hillary Clinton, assieme al ministro degli esteri indiano SM Krishna. Gli USA potranno vendere armamenti all’ India che si impegna a dimostrarne l’ utilizzo e a non rivenderle, aprendo così le porte agli Usa del mercato indiano, finora appannaggio della Russia.

Anche l’Italiana Financantieri è impegnata in una commessa per fornire navi da guerra all’esercito indiano. L’obiettivo sarebbe quello di contrastare l’ormai ingombrante presenza navale cinese nell’Oceano Indiano. Nel mese di agosto, infine, viene varato il primo sottomarino nucleare indiano. Così l’India entra ufficialmente nel club delle superpotenze militari.

Se è vero che “gli studiosi di storia militare e di strategia sanno che la forza militare non è inutile quando non viene impiegata. Anzi, è tanto più utile proprio in questo caso. Infatti consente ai responsabili politici di conseguire i loro obiettivi con la dissuasione e la compellenza, senza dover combattere“. (riprendendo le parole del Generale Carlo Jean, pronunciate al convegno “Soldati di pace in scenari operativi”).

E’ altrettanto vero che l’attuale crisi economica sta portando i governi delle principali superpotenze ad impegnarsi maggiormente nell’affrontare la crisi in casa e a considerare come un lusso gli interventi internazionali di pace. Lusso, che potrebbe corrispondere ad una fatale distrazione, considerando che in quelle aree risiede la maggior parte della popolazione mondiale e che potrebbe determinare un ulteriore allargamento dell’asse del caos.

Elvio Ciccardini, pubblicato su OMPAX (Osservatorio per il monitoraggio della Pace)

Scritto da Avanti il Prossimo

12/24/2009 a 20:52

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